Cartoleria, cancelleria, scrittura, libri
Alla fine dell’Ottocento la produzione di carta avveniva ancora in piccole cartiere a gestione familiare, con metodi tradizionali basati sull’uso di stracci. Con la diffusione delle tecnologie industriali iniziarono a diffondersi cartiere meccanizzate, soprattutto in Toscana, Lombardia e Veneto, facilitando la produzione su larga scala. Agli inizi del Novecento la crescente domanda di carta per l’editoria e il commercio spinse alla modernizzazione degli impianti. Durante il fascismo l’autarchia impose però l’uso di materie prime alternative, come la cellulosa ricavata dalla paglia. Nonostante le difficoltà belliche, alcune aziende riuscirono, tuttavia, a mantenere attiva la produzione.
Dopo la Seconda guerra mondiale l’industria della cancelleria italiana conobbe una rapida espansione, trainata dalla ricostruzione del sistema scolastico, dalla crescita dell’alfabetizzazione e dall’aumento degli impieghi amministrativi. In questo contesto nacquero e si affermarono marchi destinati a diventare simboli del settore, come Olivetti (già attiva dagli inizi del Novecento nel settore delle macchine per scrivere), Aurora (penne stilografiche), Fabriano (carta), Cartiere Pigna e Giotto-Fila (prodotti per la scuola e il disegno).
Il comparto seppe coniugare tradizione manifatturiera e innovazione tecnologica, con una produzione che andava dalla carta e articoli scolastici agli strumenti da scrittura e macchine d’ufficio. Il design divenne un fattore distintivo, soprattutto con Olivetti, che coniugava estetica e funzionalità, anticipando il concetto di “design industriale”. Infatti, l’adozione di macchinari avanzati fece divenire l’Italia uno dei principali produttori europei, aprendo la strada a importanti realtà industriali ancora oggi attive. L’industria della cancelleria contribuì in modo decisivo alla modernizzazione culturale e produttiva del Paese, inserendosi pienamente nel quadro del miracolo economico italiano.





